Integratori Vegan: perché la certificazione conta più del Claim.

C’è stato un momento, non molti anni fa, in cui Vegan  su un’etichetta era sufficiente a distinguersi. Oggi non lo è più — almeno non da solo. Le vendite al dettaglio di alimenti a base vegetale in Italia hanno superato i 640 milioni di euro nel 2023, con una crescita del 16% rispetto al 2021. E dove c’è crescita di mercato, c’è proliferazione di claim. Il consumatore — e sempre più spesso il buyer — ha imparato a distinguere tra chi dichiara e chi dimostra.

Nel settore degli integratori alimentari, la questione è più delicata di quanto non appaia. Un integratore può contenere ingredienti di origine animale che non sono immediatamente evidenti nell’etichetta: gelatina nelle Capsule, Lanolina come fonte di Vitamina D, Acidi Grassi Omega-3 di derivazione Ittica, Carnitina di estrazione Muscolare. Chi formula sa dove cercare. Chi acquista, spesso, no. Ed è esattamente in questo spazio — tra la dichiarazione e la verifica — che si gioca la credibilità del posizionamento Vegan nel Nutraceutico.

La differenza tra un Claim e un Sistema

Chiunque può scrivere Vegan su un’etichetta: non esiste, a oggi, una norma comunitaria che riservi questo termine ai prodotti verificati da un ente terzo. La certificazione Vegan di parte terza — rilasciata da organismi come ICEA, Vegan Society, VEGANOK e altri — è lo strumento che trasforma questa autodichiarazione in un impegno verificato. L’ente ispeziona la formula, verifica l’origine di ogni ingrediente, controlla i possibili rischi di contaminazione crociata nelle linee produttive e rilascia un certificato consultabile pubblicamente.

Non è un obbligo normativo. È una scelta di posizionamento. Ma in un mercato dove la fiducia del consumatore è un asset che si costruisce lentamente e si perde rapidamente, la certificazione è la risposta più solida al crescente scetticismo verso i claim autodichiarati. I brand che operano nel segmento health & wellness con un target attento alla trasparenza dell’etichetta trovano nella certificazione un argomento commerciale reale — non una dichiarazione di valori astratta.

Le sfide tecniche della formulazione Vegan nel Nutraceutico

Formulare un integratore Vegan non significa semplicemente eliminare gli ingredienti animali: significa trovare alternative tecnicamente equivalenti. Alcune sono consolidate e ampiamente disponibili; altre richiedono un lavoro di sviluppo più attento, con implicazioni su stabilità, costo e biodisponibilità.

Le Capsule sono il caso più noto. La Gelatina — derivata da ossa e cartilagini bovine o suine — è da decenni lo standard per le capsule rigide e molli. Le alternative vegetali, in particolare l’Idrossipropilmetilcellulosa (HPMC) e il Pullulano, sono oggi ampiamente disponibili e tecnicamente comparabili per la maggior parte delle applicazioni. Richiedono però una verifica di compatibilità con gli attivi contenuti, in particolare per le formulazioni sensibili all’umidità o che richiedono rilascio enterico.

La Vitamina D3 è un altro nodo tecnico frequente nella formulazione Vegan. La forma più diffusa è tradizionalmente derivata dalla Lanolina, un grasso della Lana Ovina. Esistono oggi fonti Algali di D3 — in particolare da Lichen e da specifiche Microalghe — che consentono di mantenere la forma D3, più biodisponibile rispetto alla D2, in un contesto completamente Plant-based. Il costo è generalmente superiore, ma per un prodotto che si posiziona sul segmento premium vegan, questo differenziale è spesso giustificato.

Gli Omega-3 EPA e DHA seguono una logica analoga. La fonte convenzionale è l’Olio di Pesce Azzurro. Le Microalghe Marine — da cui i pesci stessi bioaccumulano questi Acidi Grassi — sono una fonte primaria alternativa, con profili nutrizionali comparabili, assenza di odore tipico e senza i rischi di contaminazione da metalli pesanti associati alle fonti ittiche. Una soluzione che raccoglie interesse crescente anche al di fuori del target strettamente Vegano.

Il mercato: non una nicchia, una direzione

I dati del mercato italiano indicano che circa il 9,5% degli italiani segue diete vegetariane o vegane. Sono milioni di persone — ma non sono loro a determinare la rilevanza strategica del plant-based nel nutraceutico. È la fascia molto più ampia dei flexitariani — consumatori che non escludono completamente i prodotti animali ma li riducono consapevolmente — a spostare i volumi. In Italia e Germania, questa fascia supera il 59% della popolazione.

Per chi progetta un integratore, questo significa che la scelta plant-based non esclude mercato — lo amplia. Un prodotto formulato senza ingredienti animali e certificato come tale può essere scelto da vegani, vegetariani, flexitariani, consumatori con sensibilità religiose o culturali verso ingredienti di origine animale, e semplicemente da chi preferisce la trasparenza. Il denominatore comune non è un’ideologia: è la fiducia nell’etichetta.

Loghi ICEA Certificazione Vegan Bio Vegan Vegetariano e Bio Vegetariano
Loghi ICEA Certificazione Vegan Bio Vegan Vegetariano e Bio Vegetariano

L’orientamento di Encanto Nutraeutica

Il plant-based non è per noi una tendenza da intercettare: è la direzione in cui lavoriamo per scelta. Quando selezioniamo ingredienti funzionali, guardiamo prioritariamente a Estratti Vegetali, Botanicals e fonti naturali — non perché sia obbligatorio, ma perché è coerente con il modo in cui pensiamo alla qualità della formulazione. La Certificazione Vegan è uno degli strumenti che rende questa scelta verificabile, non solo dichiarata — e per chi sviluppa un prodotto con noi, è un elemento che può essere incorporato nel progetto fin dalla fase di formulazione.

La scadenza dei Green Claims

C’è un motivo in più per cui questa distinzione — tra dichiarare e dimostrare — sta per contare più che mai. Dal 27 settembre 2026 le nuove regole introdotte in Italia dal D.Lgs. 30/2026 che recepisce la direttiva europea contro il greenwashing modificando il Codice del Consumo, limitano l’uso delle etichette di sostenibilità a quelle basate su sistemi di certificazione riconosciuti, e rendono sanzionabili le dichiarazioni generiche e non verificate. In quel quadro, una certificazione rilasciata da un ente terzo smette di essere un semplice argomento di marketing e diventa il terreno su cui un posizionamento può reggere anche di fronte a un’autorità: è un tema a cui dedicheremo un approfondimento specifico a brevissimo.

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