Secondo FMCG Gurus, il 93% dei consumatori globali ha acquistato almeno un prodotto di sport nutrition negli ultimi sei mesi. Una cifra che, a prima vista, sembra una buona notizia per chi lavora in questo settore.

Non lo è. O meglio: non è tutta lì, la notizia.

Nello stesso arco di tempo, secondo i dati Mintel GNDP, sono stati lanciati sul mercato globale 14.147 nuovi prodotti con un claim high-protein. Un numero che fotografa qualcosa di preciso: la sport nutrition non è più una categoria di nicchia che cresce, è una categoria di massa che si affolla. E quando un mercato si affolla, il problema cambia natura. Non si tratta più di convincere le persone che gli integratori sportivi servono — lo sanno già. Si tratta di capire quale consumatore stai servendo e di formulare di conseguenza.

Perché il consumatore, nel frattempo, si è moltiplicato.

Un mercato, tre logiche di prodotto

I dati FMCG Gurus segmentano il consumatore di sport nutrition in tre profili distinti, con caratteristiche di domanda molto diverse tra loro.

Il primo gruppo — circa il 23% del mercato — è l’Utente Intensivo. Si allena con frequenza e struttura. Cerca efficacia comprovata: protocolli di dosaggio precisi, ingredienti funzionali con evidence base solida. Per questo consumatore, performance e risultato misurabili sono la ragione d’acquisto principale. Tollera formati complessi, non è sensibile al gusto come primo criterio.

Il secondo gruppo è il più largo: il 63%. Sono gli Utenti Casual, quelli che si allenano tre volte a settimana, che vanno in palestra perché fa parte di uno stile di vita più ampio. Non cercano il margine di prestazione: cercano energia stabile, recupero percepito, benessere digestivo. Per loro la tollerabilità gastrica conta quanto il dosaggio. Il gusto e la texture non sono secondari — sono il prodotto.

Il terzo gruppo, circa il 15%, è quello che FMCG Gurus chiama Convenient Health: consumatori che si sono avvicinati alla sport nutrition attraverso il wellness quotidiano, non attraverso la palestra. Per loro gli integratori sportivi sono semplicemente una forma pratica di nutrizione funzionale. Snack proteico, barretta con Creatina, bevanda elettrolitica: tutto va bene se è conveniente, buono e leggibile nell’etichetta.

Utente Intensivo

Si allena con frequenza e struttura. Cerca efficacia comprovata: protocolli di dosaggio precisi, ingredienti funzionali con evidence base solida.

Utenti Casual

Quelli che si allenano tre volte a settimana, che vanno in palestra perché fa parte di uno stile di vita più ampio.

Convenient Health

Consumatori che si sono avvicinati alla sport nutrition attraverso il wellness quotidiano, non attraverso la palestra.

Utente Intensivo

Si allena con frequenza e struttura. Cerca efficacia comprovata: protocolli di dosaggio precisi, ingredienti funzionali con evidence base solida.

Utenti Casual

Quelli che si allenano tre volte a settimana, che vanno in palestra perché fa parte di uno stile di vita più ampio.

Convenient Health

Consumatori che si sono avvicinati alla sport nutrition attraverso il wellness quotidiano, non attraverso la palestra.

Tre profili, tre gerarchie di bisogno, tre approcci formulativi radicalmente diversi.

Il problema è che molti brand continuano a formulare per il primo — quello più facile da raccontare, quello che risponde meglio ai claim di performance — e poi cercano di vendere al secondo e al terzo. Non funziona. Il consumatore casual che compra una barretta proteica con il dosaggio pensato per un atleta d’élite e si trova con problemi di digestione non compra più quella barretta. Lo dimostrano i dati: un’analisi condotta dalla piattaforma Syncly su migliaia di recensioni online di quattro brand di protein bar ha trovato che i commenti negativi sulla texture superavano quelli positivi di 119 a 44. E il pattern è preciso: il gusto uccide la valutazione a una stella, ma è la texture che impedisce il quattro o il cinque. Per chi formula, questa non è una questione di marketing — è una questione tecnica.

La Proteina è diventata piattaforma

Per anni, il prodotto icona della sport nutrition è stato il Whey Protein in polvere. Quello scoop da sciogliere nell’acqua dopo la sessione in palestra. È ancora lì, ha ancora senso, ha ancora un mercato solido. Ma è diventato solo uno dei formati possibili.

Negli ultimi due anni, la Proteina è diventata una piattaforma — un ingrediente di base su cui costruire prodotti con identità sensoriali e occasioni di consumo completamente diverse. Bar proteici, RTD (ready-to-drink), pudding, gelati, pane. Prodotti che intercettano colazione, snack, idratazione quotidiana. Il dato Mintel sui 14.147 lanci è lì a dimostrarlo.

Su questa piattaforma, brand e formulatori stanno iniziando a costruire quello che il report di Vitafoods Insights chiama functional stacking: combinazioni di ingredienti con funzionalità diverse, integrate in formati di consumo quotidiano.

Creatina è l’esempio più evidente di questo spostamento. Ingrediente storicamente associato al bodybuilding e ai protocolli di forza, la Creatina Monoidrato sta uscendo da polveri e capsule per entrare in bar, pudding, gummies. Il mercato europeo dei gummies alla Creatina è cresciuto del 50% negli ultimi dodici mesi, con un aumento del 48% anche nel numero di brand che li commercializzano (Nutrition Integrated, 2025). Non è una coincidenza: il formato gummy abbassa la barriera percepita, si inserisce in occasioni di consumo quotidiane, parla a un pubblico più ampio del tradizionale frequentatore di palestra.

Aminoacidi a catena ramificata (BCAA) — Leucina, Isoleucina e Valina — seguono la stessa traiettoria. Nascono come supplemento in polvere o capsula per atleti di resistenza e forza. Stanno migrando in RTD, snack bar, prodotti caseari. Qui però vale una nota di onestà: le evidenze scientifiche sui BCAA nella performance sportiva sono miste. Una revisione sistematica del 2022 pubblicata su Nutrients ha valutato l’uso orale dei BCAA in popolazioni atletiche e ha riportato risultati non uniformi su recupero, performance e adattamento all’allenamento. Gli autori concludono esplicitamente che i benefici vanno interpretati con cautela.

Per chi sviluppa prodotti con BCAA, questo non significa rinunciare all’ingrediente — significa essere precisi su cosa si dichiara. La tollerabilità digestiva, la palatabilità, la praticità del formato: questi sono claim sostenibili. La promessa di performance superiore, senza una solida base di evidenza contestualizzata, è il confine tra comunicazione onesta e overclaiming.

Il terzo mercato che sta ridisegnando la domanda: GLP-1 e muscle preservation

Nel 2025, i farmaci agonisti del recettore GLP-1 — semaglutide, tirzepatide e le molecole della stessa classe — sono diventati un driver inatteso per la sport nutrition. Non perché gli atleti li usino, ma perché i loro utilizzatori diventano, per ragioni fisiologiche, consumatori con esigenze nutrizionali molto specifiche.

Il meccanismo è documentato. I farmaci GLP-1 riducono significativamente l’apporto calorico giornaliero. Una review condotta da ricercatori dell’Università della Virginia, pubblicata sul Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism, ha quantificato che tra il 25 e il 40% del peso perso durante l’utilizzo di questi farmaci è massa magra — un tasso che supera notevolmente il normale declino muscolare età-correlato. I ricercatori sottolineano che questa perdita è verosimilmente guidata da un deficit proteico combinato a effetti diretti del farmaco sulla massa muscolare.

La risposta nutrizionale a questo problema è tecnica, non farmacologica: Proteine ad alta biodisponibilità, Aminoacidi Essenziali, micronutrienti per prevenire le carenze associate alla restrizione calorica prolungata. Integratori che aiutino a preservare la composizione corporea durante e dopo il trattamento.

Anche i dati di percezione confermano l’opportunità. Secondo FMCG Gurus, il 17% dei consumatori globali di sport nutrition dichiara di usare farmaci GLP-1; il 69% di questo gruppo è interessato a prodotti nutraceutici che supportino le proprie esigenze nutrizionali nel contesto del trattamento.

Un’avvertenza è però essenziale per chiunque voglia formulare in questo spazio: le indicazioni regolatorie sono precise. Nessun integratore può dichiarare di “supportare i GLP-1”, “mimare gli effetti”, “potenziare il farmaco” o usare terminologia farmacologica associata. La comunicazione corretta si posiziona sulla composizione corporea, sull’apporto proteico adeguato, sul benessere muscolare — non sul farmaco. Il confine è stretto, ma percorribile con le parole giuste.

Idratazione: il dato che quasi nessuno cita

Il mercato dell’idratazione sportiva si è espanso ben oltre l’atleta. Prodotti con Elettroliti, sali minerali, formule “per l’idratazione quotidiana” moltiplicano gli scaffali. Su questo, però, c’è un dato che quasi nessun brand cita — e che vale la pena conoscere.

L’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, non ha autorizzato alcun health claim che colleghi gli Elettroliti direttamente all'”idratazione” come claim autonomo. L’unico claim idratazione approvato dall’EFSA riguarda l’acqua: “l’acqua contribuisce al mantenimento della normale funzione fisica e cognitiva.”

Il mercato, nel frattempo, è pieno di prodotti che suggeriscono associazioni che questa base regolativa non supporta. Non è solo un rischio legale per chi formula o commercializza — è un’asimmetria di competenza. Sapere dove si trova il confine, e formulare e comunicare entro quel confine, è già un differenziatore.

Il Sodio, in particolare, contribuisce al mantenimento dell’equilibrio osmotico e della distribuzione dei fluidi corporei — il che lo rende rilevante non solo per la performance atletica, ma per chiunque voglia formulare un prodotto di idratazione con una razionale scientifica solida. Significa che il claim “ci idrata” va costruito con attenzione, e che l’onestà comunicativa in questo spazio è una scelta strategica, non solo etica.

Va anche detto: la distinzione tra disidratazione e sotto-idratazione cronica — concetto emergente nella ricerca sulla nutrizione attiva — apre opportunità di posizionamento più sfumato per prodotti destinati al consumatore everyday, che non suda come un maratoneta ma beve meno di quanto dovrebbe ogni giorno. Un’area in sviluppo, su cui la ricerca è ancora in corso.

Gut health: fondazione, non ingrediente di tendenza

L’interesse per la salute intestinale nella sport nutrition non è nuovo, ma il modo in cui viene inquadrato sta cambiando.

La dottoressa Susan Kleiner — ricercatrice e consulente in High Performance Nutrition — propone un framework che sposta la prospettiva: il gut health non è un ingrediente aggiuntivo da impilare su una formula esistente. È la fondazione su cui poggiano i due pilastri tradizionali della sport nutrition: l’anabolismo (energia, crescita, performance) e l’anti-infiammazione (recupero, prevenzione degli infortuni, longevità atletica). Se la fondazione è fragile, i pilastri traballano, indipendentemente da quanto siano sofisticati gli ingredienti che ci appoggiate sopra.

Le implicazioni formulatorie sono concrete: Prebiotici, Probiotici e Postbiotici non come aggiunta di tendenza, ma come componenti strutturali di un prodotto pensato per supportare composizione corporea, recupero e immunità in modo integrato. Formule che combinino Proteine fermentate con Prebiotici, o che integrino Postbiotici in stack di recupero, rispondono a una logica fisiologica prima che a una logica di marketing.

Su questo terreno, però, il rischio di overclaiming è concreto. Junior Carlone, ricercatore presso il Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona e primo autore di una revisione sistematica sul microbioma intestinale negli sport da combattimento pubblicata su Sports (MDPI, 2025), mette in guardia su tre errori ricorrenti: confondere correlazione con causalità; trasferire risultati ottenuti su atleti d’élite a consumatori ricreativi con stili di vita molto diversi; semplificare eccessivamente la complessità delle interazioni tra microbiota e organismo.

La personalizzazione basata sul microbioma è una direzione promettente, ma resta sperimentale. Le applicazioni pratiche attuali si basano ancora su pattern generali, non su una vera personalizzazione individuale. Comunicare questo con precisione — indicare cosa è documentato, cosa è plausibile e cosa è ancora in via di validazione — è il modo in cui un brand costruisce credibilità nel lungo periodo.

Cosa significa tutto questo per chi sviluppa prodotti

Messo insieme, questo quadro ha un’implicazione precisa: non esiste più una “formula per la sport nutrition”. Esiste una formula per il consumatore intensivo orientato alla performance, una per il consumatore casual orientato al benessere quotidiano, una per chi sta gestendo un percorso con farmaci GLP-1. E probabilmente esistono varianti all’interno di ciascun segmento.

La scorciatoia — formulare per il profilo più tecnico e poi comunicare al mercato di massa — non funziona più. Il consumatore casual che legge un’etichetta ottimizzata per atleti percepisce distanza, non autorevolezza. Chi ha esigenze legate alla composizione corporea post-GLP-1 ha bisogni specifici che un prodotto generico non soddisfa.

Questo non significa che ogni brand debba lanciare tre linee di prodotti. Significa che ogni scelta formulativa dovrebbe partire da una domanda precisa: per chi, con quale obiettivo, con quale vincolo di tollerabilità e contesto di consumo?

A Vitafoods Barcellona, a maggio

Questi temi saranno al centro di Vitafoods Europe 2026, che si terrà a Barcellona dal 5 al 7 maggio. Se stai lavorando a un nuovo prodotto nella sport nutrition — o stai valutando di entrare in questo spazio — trovi Encanto Nutraceutica allo stand 4B124.

Non per presentare un catalogo, ma per ragionare insieme su cosa ha senso formulare, per chi, e con quali ingredienti.

Ricordiamo sempre che è importante consultare un professionista sanitario prima di iniziare qualsiasi nuovo integratore o trattamento.